UNA MANO A CHI ZITTISCE INTERNET

UNA MANO A CHI ZITTISCE INTERNET

La stanno dando alcune ditte informatiche occidentali – Un’esperta racconta il caso turco.

La Rete è un canale privilegiato per catalizzare sotto un unico tetto (digitale) persone interessate alla medesima causa politica – indispensabile, in quei Paesi in cui regimi autoritari strozzano altre forme di comunicazione e aggregazione. Il recente spegnimento di Twitter da parte del Premier turco Recep Tayyip Erdogan riporta in auge il problema della censura e della sorveglianza su Internet. Un tema cavalcato ogni anno da Reporters sans Frontières, che sei anni fa ha istituito la giornata mondiale contro la cyber-censura. Dai loro rapporti annuali emergono numerosi dettagli non solo sullo spegnimento della Grande Rete in occasioni di proteste e manifestazioni, ma anche su insospettabili canali di collaborazione tra agenzie informatiche occidentali e Paesi intenzionati a soffocare le voci dei loro cittadini.
“Enemies of the Internet”, ovvero i nemici di Internet. Già a partire dal nome, il rapporto pubblicato dall’associazione Reporters sans Frontières (Reporter senza frontiere) non lascia spazio alle mezze misure. L’ultima edizione del documento è stata diffusa sul web lo scorso 12 marzo, in occasione della giornata mondiale contro la cyber-censura istituita dall’ente nel 2008. Una visione d’insieme sul fenomeno della censura e della sorveglianza della Rete che nasconde alcune sorprese. Tra i Paesi citati nel rapporto vi sono (prevedibilmente) regimi autoritari come Siria, Iran, Cuba e Cina ma anche realtà solitamente considerate attente alla libertà d’espressione degli individui e alla loro privacy: gli Stati Uniti d’America (noti gli scandali della National Security Agency, portati alla luce da Edward Snowden), la Gran Bretagna (l’accusa è rivolta alle attività dei Government Communications Headquarters), l’India e la crescente sorveglianza esercitata dal Center for Development of Telematics dopo gli attentati terroristici del 26 novembre 2008 a Mumbai.
Ma i paralleli tra il cosiddetto Occidente e il resto del mondo non finiscono qui: i documenti raccolti lo scorso anno dall’ente avanzano più di un sospetto sulle collaborazioni nate negli ultimi anni tra società informatiche europee o americane e regimi alla ricerca di strumenti per soffocare sul web le proteste di ribelli e manifestanti. La francese Amesys, la statunitense Blue Coat, la germano-britannica Gamma International, la milanese Hacking Team e la tedesca Trovicor (con sedi anche in Svizzera) pare abbiano fornito a più riprese degli strumenti digitali di controllo a nazioni abituate a spiare potenziali nemici, come per esempio Iran, Yemen, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Birmania e Siria. Così, almeno, sostiene Reporter senza frontiere.
Il tema è di estrema attualità: se ho a disposizione un programma informatico in grado di decriptare comunicazioni segrete e mettere il naso in comunicazioni altrimenti private, chi mi garantisce che sarà utilizzato solamente per sgominare attività criminali? Dare le chiavi di Internet a un Paese non democratico potrebbe tramutarsi in un potere di supervisione e controllo difficilmente contrastabile, a scapito della libertà d’espressione dei suoi cittadini.
Il blocco di Twitter deciso venerdì scorso dal premier turco Erdogan mette sotto i riflettori un Paese che fino a un anno fa sembrava essere un punto di riferimento per tutta l’area mediorientale e nordafricana. Ma cosa è successo da allora? E come si è arrivati alla censura dei social network? Lo abbiamo chiesto a Fazila Mat, corrispondete da Istanbul per l’Osservatorio Balcani e Caucaso. “Tutto è cominciato con l’operazione anticorruzione che è stata avviata il 17 dicembre scorso”, spiega Mat.
Tutto parte da un’inchiesta, quindi. Che cosa era emerso?
“Si è trattato di tre operazioni condotte parallelamente contro alcuni membri del Governo: erano coinvolti quattro ministri e tre figli di ministri, un banchiere di origine iraniana con cittadinanza turca, l’amministratore delegato di una banca statale e molti altri funzionari statali e dell’entourage del Governo. L’accusa era di avere ricevuto tangenti in cambio di trasferimento di denaro in Iran”.
Il contesto della censura su Internet è quindi un’indagine che danneggia il Governo Erdogan.
“Sì. Ma l’inchiesta è stata avviata ma non ha trovato alcun seguito. Tutte le persone che erano state arrestate all’avvio delle operazioni sono state rilasciate”.
Come mai?
“Perché il Governo, attraverso il ministro della Giustizia, è intervenuto direttamente per trasferire centinaia di ufficiali delle forze dell’ordine che erano stati coinvolti nell’operazione e per allontanare dall’incarico i magistrati che a loro volta avevano avviato l’operazione. Alla fine l’inchiesta è rimasta sospesa”.
E allora perché Erdogan cerca di bloccare i social network?
“Perché nel frattempo, su Twitter, account anonimi hanno cominciato a pubblicare delle registrazioni audio attribuite al premier Erdogan, ad alcuni ministri, al figlio di Erdogan e a sua figlia. Files audio che compromettono molto grandemente la credibilità del Governo dal punto di vista della correttezza, che è poi un valore che loro rivendicano moltissimo”.

 

Fonte: http://www.cdt.ch/primo-piano/approfondimenti/103529

Foto: http://goo.gl/A7d56

 

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