L’ITALIA È SOVRAPPESO: ALLARME PER I BAMBINI

L’Italia è sovrappeso: allarme per i bambiniSecondo l’Organizzazione mondiale della sanità, nel nostro Paese  i maschi di 11 anni fuori peso forma sono il 22% del totale, il doppio rispetto a Germania, Inghilterra e Francia. Gravi ricadute anche sulla salute e sulla spesa sanitaria


L’Italia ha uno dei tassi più alti di bambini obesi e sovrappeso in Europa: secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, nel nostro Paese  i maschi di 11 anni fuori peso forma sono il 22% del totale, poco meno di Grecia, Irlanda, Portogallo e Polonia (dove il dato è compreso tra il 23 e il 26%), ma quasi il doppio rispetto a Germania, Inghilterra e Francia (che si collocano tra il 12 e il 13%). Il tema preoccupa molto l’Ue, sia per la velocità con cui questi numeri aumentano  –  nel 2008 un bambino su quattro tra i 6 e i 9 anni era obeso o sovrappeso, nel 2010 il dato era salito a uno su tre  –  sia per le ricadute sul piano della spesa sanitaria. Secondo la Commissione europea, infatti, ogni anno il 7% dei budget nazionali destinati alla salute viene speso per curare patologie connesse all’obesità.

Nella strategia comunitaria, che punta a fermare la costante diffusione del fenomeno tra gli under 18 entro il 2020, un ruolo di primo piano è riservato alle politiche sull’alimentazione a scuola. Perché a mangiare bene si impara anche a mensa e sui banchi di scuola. E proprio qui sta probabilmente una delle debolezze del nostro Paese, che al contrario dei due terzi degli Stati membri non prevede l’obbligatorietà a scuola dell’educazione alimentare. A delineare la geografia delle politiche per l’alimentazione in ambito scolastico è un report realizzato di recente dal Joint Research Center, il centro di ricerca della Commissione, che mette a confronto gli indirizzi dei diversi Paesi europei sul tema. “Tutti i 28 stati membri, così come Norvegia e Svizzera, riconoscono dell’importante contributo del cibo consumato a scuola per la salute e lo sviluppo dei bambini, fornendo linee guida volontarie o regole obbligatorie su quali cibi e bevande possono o dovrebbero essere serviti in ambito scolastico”, si legge nello studio.  La maggior parte dei Paesi, più del 90%, “usa standard sui cibi per garantire menù bilanciati. Inoltre, ci sono linee guida per la dimensione delle porzioni (76%) e standard relativi alle sostanze nutrienti per il pranzo (68%) e altri pasti (56%)”. In otto casi su dieci, le disposizioni dei diversi stati limitano o mettono al bando le bevande zuccherate e gli snack dolci e salati che espongono i bambini al rischio sovrappeso.

Mettendo a confronto più nello specifico le politiche di ciascuno stato, si nota che l’Italia si colloca più o meno a metà strada tra i più virtuosi (Belgio-Vallonia, Gran Bretagna, Slovenia, Spagna, Ungheria) e i più carenti (Cipro, Grecia, Polonia). Il primo gruppo di Paesi prevede standard precisi rispetto ai diversi tipi di cibi serviti a mensa e restrizioni per quelli meno salutari, mentre i governi del secondo gruppo non hanno stabilito nessuna regola.

In Italia, dove le mense scolastiche hanno dato da mangiare nel 2011, secondo uno studio del World Food Programme, a 1,8 milioni di bambini e ragazzi, le “Linee di indirizzo nazionale per la ristorazione scolastica” sono, come tali, non obbligatorie. Prevedono disposizioni precise relative alla quantità di frutta, verdura, sale e al numero di volte in cui servire rispettivamente pesce, latticini, carne rossa e altre fonti di proteine, oltre a stabilire che l’acqua deve essere fornita dalla mensa e sempre facilmente accessibile. Sono del tutto assenti, tuttavia, restrizioni riguardanti gli alimenti più critici per la salute dei bambini: cibi fritti, snack dolci e salati e bevande gassate e zuccherate.
Dallo stesso rapporto del WFP, emerge chiaramente come una maggiore spesa pubblica per il servizio di mensa non si traduca sempre in cibi più sani. L’Italia, infatti, nonostante non sia ai primi posti per le regole legate alla salubrità dei pasti, è però preceduta solo dalla Francia per quanto riguarda i costi sostenuti: quasi 1.300 dollari all’anno (dato 2008) per bambino, contro gli 845 della Spagna e i 646 del Regno Unito.

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