DEAD ZONE: SE LA FAME DI CARNE DISTRUGGE IL MONDO

Dead Zone: se la fame di carne distrugge il mondo


Se i dinosauri scomparvero, come sostengono alcuni, per la caduta di un asteroide (o, come affermano altri, per una serie di eruzioni vulcaniche), la causa dell’estinzione degli esseri umani potrebbe essere decisamente meno spettacolare: la richiesta mondiale di cibo. Parola di Philip Lymbery, direttore generale di Compassion in World Farming, la maggiore organizzazione internazionale non governativa per la protezione e il benessere degli animali d’allevamento. Che dopo il successo di Farmageddon. Il vero prezzo della carne economica, ha presentato a Book Pride (la Fiera Nazionale dell’editoria indipendente, a Milano dal 24 al 26 marzo) la sua nuova inchiesta sull’industria alimentare globale: Dead Zone (edito da Nutrimenti).

Lymbery parte da alcuni dati spaventosi: «Circa due terzi degli animali selvatici sono scomparsi a causa dalla produzione alimentare» e «quasi la metà della superficie terrestre utilizzabile al mondo e gran parte dell’acqua utilizzata dagli uomini è destinata all’agricoltura». Ma attenzione, non si tratta di campi coltivati per nutrire l’uomo, bensì di enormi fabbriche di mangimi per quei 70 miliardi di animali da fattoria allevati ogni anno per scopi alimentari, due terzi dei quali in allevamenti intensivi. Negli ultimi 50 anni, infatti, è cambiato radicalmente il nostro modo di concepire il cibo: «Se prima l’obiettivo era nutrire le persone, ora è produrre sempre di più, indipendentemente dal consumo effettivo di quanto viene prodotto». Mentre un miliardo di persone continua a soffrire la fame e cresce, nei Paesi occidentali, la piaga dell’obesità da malnutrizione.

Attraversando l’Europa, le Americhe e l’Asia, Lymbery ha elaborato una serie di soluzioni «non solo per riconciliare le necessità della fauna selvatica, tradizionalmente in competizione, con quelle della produzione alimentare, ma anche per farle progredire insieme».

È andato per esempio a Sumatra, dove gli elefanti e il loro habitat sono minacciati dalle piantagioni di palma che vengono create dove prima c’era la foresta con tutti i suoi abitanti per nutrire il florido mercato dell’olio di palma (presente secondo il Wwf in circa la metà dei prodotti confezionati venduti nei supermercati) e della farina di palmisto che finisce nei mangimi industriali, un settore che vale 3,4 miliardi di dollari.

E ha battuto le Grandi Pianure americane, un tempo terre di bisonti, oggi ricoperte di sterminate distese di mais (quasi tutte formate da piante geneticamente modificate), che negli Stati Uniti coprono ben 90 milioni di acri. Solo un quinto di questo cereale finisce sui nostri piatti, il resto è destinato alle mangiatoie.

«L’ammontare della terra attualmente usata in tutto il mondo per coltivare campi di cereali come il mais o la soia per gli animali da allevamento equivale a un unico campo che copre metà del territorio statunitense, o l’intera Unione Europea» scrive Lymbery. Un campo gigantesco che serve anche a nutrire quegli animali che macelliamo per poi buttare via: i paesi dell’Ue da soli sprecano una quantità di carne equivalente a quasi due miliardi di capi di animali all’anno.

Ma la Dead Zone si sta purtroppo allargando anche agli Oceani, dove ci sono ormai intere distese d’acqua talmente inquinata da essere definita morta. Nel golfo del Messico per esempio, i livelli di nutrienti nel mare sono continuamente saliti negli ultimi decenni, facendo “abbuffare” il fitoplancton che si moltiplica e muore in quantità così grandi che, con la decomposizione, succhia via tutto l’ossigeno, uccidendo tutto l’habitat subacqueo.

E se nel mare non c’è più pesce rischiano di scomparire pure i pinguini: in Sudafrica ne rimangono allo stato selvatico solo 50 mila. Anche qui la colpa è dell’uomo: il pesce pescato per produrre farina di pesce per nutrire gli animali d’allevamento basterebbe a garantire a un miliardo di persone le scorte alimentari ittiche.

A chi sostiene che è il destino dell’uomo dominare sulla natura, Lymbery ricorda che «mentre miliardi di animali d’allevamento soffrono dietro le porte chiuse, e la fauna selvatica diminuisce fin quasi all’estinzione, una specie in particolare è danneggiata: la nostra». Insomma chi non vuole cambiare menu per compassione nei confronti degli animali o per rispetto nei confronti della natura, lo faccia almeno per salvare la pelle propria e dei suoi figli.

 

Fonte: http://veggoanchio.corriere.it/2017/03/27/dead-zone-se-la-fame-di-carne-distrugge-il-mondo/

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