CHELSEA (BRADLEY) MANNING PREMIATA PER I FILE SEGRETI DI WIKILEAKS

CHELSEA (BRADLEY) MANNING PREMIATA PER I FILE SEGRETI DI WIKILEAKS

Il “Sam Adams Award” viene assegnato ogni anno a un personaggio che ha dimostrato coraggio nel rivelare crimini e abusi perpetrati dall’intelligence o dagli apparati dello Stato

di Stefania Maurizi

Un candeliere con una candela bianca accesa per portare luce negli angoli bui di governi, eserciti e intelligence. E’ il premio che Chelsea (già Bradley) Manning riceve mercoledì in absentia presso la Oxford Union. In absentia perché la fonte di WikiLeaks, che ha consegnato a Julian Assange alcuni dei documenti segreti più esplosivi pubblicati dall’organizzazione, non potrà ritirarlo di persona. Manning si trova in carcere dal 2010 per scontare una condanna a 35 anni proprio per avere consegnato a WikiLeaks quei file segreti.

Il premio viene assegnato dalla “Sam Adams Associates for Integrity in Intelligence” (Saaii), un’organizzazione di ex membri della comunità d’intelligence o di agenzie governative che ogni anno conferiscono il loro riconoscimento a un personaggio che ha dimostrato uno straordinario coraggio nell’esporre crimini e abusi perpetrati proprio dall’intelligence o dagli apparati dello Stato.

Negli ultimi anni il “Sam Adams Award” è andato all’ex ambasciatore inglese in Uzbekistan, Craig Murray, che ha denunciato gravissime violazioni dei diritti umani commesse in nome della guerra al terrorismo; al fondatore di WikiLeaks, Julian Assange; all’ex dirigente della Nsa, Thomas Drake, che prima di Edward Snowden ne ha denunciato gli abusi; a Jesselyn Radack, ex consulente etico del Dipartimento della Giustizia Usa, che ha rivelato le irregolarità di un interrogatorio condotto dall’Fbi su un sospetto terrorista; a Edward Snowden, che ha fornito le prove dei programmi di sorveglianza di massa della Nsa.

A raccontare a “l’Espresso” la decisione di premiare Chelsea Manning con il Sam Adams sono tre donne dell’organizzazione: l’avvocato americano Jesselyn Radack; l’inglese Annie Machon, ex funzionario dell’MI5, il servizio segreto interno britannico; l’americana Elizabeth Murray, ex funzionario del National Intelligence Council. «Dopo aver lavorato 27 anni come vice National Intelligence Officer, non è stato difficile per me mettermi nei panni di Chelsea Manning e immaginare come deve essersi sentita», racconta la Murray. «Anche se molti di noi firmano un impegno a mantenere il segreto, questo non implica che chi lavora per il governo americano debba tacere se è testimone di atti criminali commessi dal proprio Paese. A questo proposito vorrei rimandare ai principi di Norimberga. Chelsea Manning ha dimostrato un coraggio unico nel rivelare a WikiLeaks i crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti». Secondo Murray, Manning era ovviamente consapevole dei rischi a cui si esponeva facendo uscire quei documenti riservati, «ma il suo senso morale  le ha fatto superare quelle preoccupazioni».

Le preoccupazioni, come le chiama Murray, si sono materializzate immediatamente. Nel maggio 2010, poche settimane dopo il rilascio su WikiLeaks del video “Collateral Murder”, in cui si mostrava un elicottero americano Apache sparare su civili inermi a Baghdad, Manning è stata arrestata. Da allora è in prigione. «Il fatto che sia stata condannata a 35 anni per aver rivelato la verità», dice all’Espresso la Murray, «dovrebbe turbare profondamente chiunque ami la libertà e creda che i crimini del governo vadano denunciati e i responsabili puniti». Invece è successo esattamente il contrario: Manning reclusa in  una cella e chi si è macchiato di crimini di guerra e torture, libero.

Jesselyn Radack ha provato sulla propria pelle cosa significa mettersi contro gli abusi del governo nella guerra al terrorismo. I suoi problemi sono nati quando si è messa di traverso in un interrogatorio condotto in modo irregolare dall’Fbi su John Walker Lindh, il cosiddetto “talibano americano”. Il braccio di ferro con il Dipartimento della Giustizia, per cui Radack lavorava, è finito quando, dopo aver denunciato il caso, è stata messa nella condizione di andarsene. Oggi la Radack lavora come avvocato per il “Government Accountability Project”, organizzazione con sede a Washington DC che protegge i whistleblower.

L’Espresso ha contattato Jesselyn Radack domenica scorsa, proprio nelle ore in cui veniva bloccata all’aeroporto londinese di Heathrow e interrogata dalla polizia di frontiera sul suo rapporto con WikiLeaks, Manning e Snowden. Un interrogatorio che ha scosso non poco Radack. Raggiunta via email dal nostro giornale, non ha voluto rivelare dettagli del suo interrogatorio a Heathrow, e si è limitata a commentare il premio a Manning: «L’anno scorso ho avuto il privilegio di consegnare il premio Sam Adams a Edward Snowden. Quest’anno il riconoscimento va alla persona che ha fatto da pioniere per il whistleblowing digitale su larga scala: Chelsea Manning».

Non esiste whistleblower di altissimo profilo che non sia andato incontro a gravi rappresaglie e vere e proprie campagne persecutorie. Annie Machon negli anni ’90 lavorava con l’allora compagno, David Shayler, per il servizio segreto interno inglese, l’MI5. Era un funzionario assegnato alla divisione antiterrorismo. Cosa l’ha spinta a diventare un whistleblower? Risponde elencando le attività illegali dell’MI5 che la spinsero a uscire allo scoperto: dal dossieraggio ai danni di ministri inglesi fino a attentati che potevano essere sventati. Ma anche il tentativo dell’MI6, il servizio inglese di intelligence per l’estero, di eliminare il dittatore libico Gheddafi. Dopo avere denunciato insieme al suo compagno l’incompetenza e le illegalità dell’MI5, Annie Machon si è ritrovata costretta a scappare per un periodo in Francia.

«La storia è andata avanti per anni, scandalo dopo scandalo, senza che il governo inglese si sia mai deciso ad aprire un’inchiesta, una cosa choccante», racconta. Come anche la sua esperienza dimostra, il destino dei whistleblower sembra segnato: o finiscono arrestati e sepolti in una prigione, come Chelsea Manning, o sono costretti a scappare, come ha fatto Edward Snowden, grazie all’assistenza di WikiLeaks. «Al momento non sembra esserci scelta se non scappare, lasciare il proprio paese per mantenere la libertà e difendersi legalmente», spiega. «Senza WikiLeaks, probabilmente Snowden sarebbe stato arrestato e Sarah Harrison [la giornalista di WikiLeaks che ha aiutato Snowden a scappare alla ricerca di asilo, ndr], è stata veramente coraggiosa».

Annie Machon sta organizzando una fondazione, la “Courage Foundation”, in modo da «raccogliere fondi per coprire le spese legali di whistleblower internazionali di alto profilo, che inevitabilmente rischiano di essere perseguiti legalmente. Non lasciandoli soli,   incoraggiamo altri a tirare fuori la verità». Molti hanno attaccato Snowden per essersi rifugiato in Russia, paese da cui ha ottenuto asilo temporaneo. «Ma Snowden non aveva intenzione di andare in Russia, intendeva passare per la Russia in modo da arrivare in Ecuador, ma il suo passaporto è stato cancellato». E Chelsea Manning? Rimarrà in prigione per 35 anni? «C’è una sola chance che possa uscire di prigione: l’appello. Ma i giornalisti dovrebbero scrivere di lei e anche scrivere a lei, in modo che non si senta abbandonata. E dovrebbero continuare a scavare e indagare nei documenti che ha rivelato», suggerisce Annie Machon. «Ogni volta che esce fuori un whistleblower, il governo incoraggia i media a focalizzarsi sulla sua personalità piuttosto che sui crimini che rivela. E’ un classico. Se un giovane è pronto a rischiare la propria vita per far uscire certe informazioni, quelle informazioni dovrebbero essere trattate con rispetto».

 

Fonte: http://espresso.repubblica.it/attualita/2014/02/18/news/chelsea-bradley-manning-premiata-per-i-file-segreti-di-wikileaks-1.153750

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