AVOCADO: IL BOOM DEL FRUTTO TROPICALE METTE A RISCHIO L’AMBIENTE

In Messico la monocoltura è causa di deforestazione e di perdita di biodiversità


Negli ultimi anni l’avocado sta riscuotendo un grande successo anche in Europa. Eppure questo frutto dal colore verde brillante e dalla consistenza burrosa potrebbe non essere sostenibile dal punto di vista dell’ambiente. Ha varcato i confini del Centro-Sud America e raggiunto gran parte del mondo, facendo del Messico il principale esportatore con il 40% del mercato. Il frutto è diventato un alimento di tendenza tanto che ad Amsterdam apre “The Avocado Show”, il primo ristorante interamente dedicato; contemporaneamente, #avocado diventa velocemente trend topic sui social, dopo che le parole (fraintese) di Sean Spicer, portavoce del neo-eletto Presidente Donald J. Trump, fanno supporre un aumento dei prezzi delle importazioni allo scopo rimborsare i costi dell’ampliamento del muro che separa USA e Messico. L’avocado si adatta a climi tropicali o sub-tropicali e viene coltivato soprattutto in Messico nella Repubblica Dominicana, in Colombia, Perù, Indonesia, Kenya e California (90% della produzione US).

Secondo un rapporto pubblicato nel 2012 dall’Instituto Nacional de Investigaciones Forestales, Agricolas y Pecuarias, tra il 2001 e il 2010, la produzione in Michoacán (lo Stato che produce la maggior parte dei frutti e circa il 36,5% della produzione mondiale) è triplicata, mentre le esportazioni sono aumentate di dieci volte. L’impatto ambientale è stato imponente. La pressione della domanda estera ha fatto si che terreni vergini, o che una volta producevano un vasto portafoglio di colture diverse, siano stati trasformati in monocolture. Il rapporto suggerisce che l’espansione abbia causato la perdita (legale e/o illegale) di terreni forestali per circa 690 ettari/anno. Il boom del “Oro verde”, che si presentava come una possibilità di arricchimento per un intero Paese, si sta trasformando in una falsa speranza di riscatto economico per le popolazioni locali. I contadini sud-americani, che oggi possono trarre profitti molto elevati dalla produzione di avocado, non si preoccupano dell’impatto ambientale sulla biodiversità di domani e disboscano ampi territori da destinare a monocolture. Per rientrare nei costi di produzione, vengono spesso utilizzati prodotti chimici e fertilizzanti di scarsa qualità, che provocano l’inquinamento del suolo, dell’aria e delle riserve d’acqua.

avocado
Il guacamole è la famosa salsa a base di avocado

L’acqua è una delle criticità di queste monocolture: mentre la vegetazione spontanea agisce come un vasto serbatoio di acqua e carbonio, al contrario le piantagioni intensive di avocado richiedono ripetuti cicli di input chimici e una quantità di acqua maggiore rispetto ad altre colture, mettendo sotto pressione le riserve idriche locali. Secondo M. Mekonnen e A. Hoekstra, dell’Università di Twente in Netherlands, la produzione di 500 g di avocado, 2-3 frutti di medie dimensioni, richiederebbe circa 272 litri di acqua (a paragone, la lattuga ne utilizza solo 20).

La popolazione sud-americana positivamente sorpresa, ma impreparata a una richiesta così massiccia, ha visto nel mercato (soprattutto) nord-americano la possibilità per un veloce arricchimento agricolo e un riscatto economico. La realtà si è, però,  mostrata differente: una pianta, raggiunta la maturità, produce circa 100 avocado/anno. Si tratta di un  rendimento piuttosto basso e soggetto a tassi stagionali che fanno oscillare il prezzo del frutto da circa 0,86$ nel mese di gennaio, a circa 1,10$ nel mese di luglio. Inoltre, il trasporto da una parte all’altra del globo impatta sull’effetto serra. Una volta raccolto, per arrivare dal Messico alle tavole internazionali, il frutto deve affrontare un lungo viaggio su mezzi che consumano petrolio ed emettono gas: 1 kg di avocado messicano per raggiungere l’Italia, deve percorrere quasi 10.200 km.

La monocoltura di avocado è causa di deforestazione e di perdita di biodiversità

Monocolture intensive, deforestazione, sfruttamento delle risorse idriche, utilizzo di fertilizzanti e inquinamento atmosferico: il problema non è esclusivamente messicano, ma interessa attualmente tutte le regioni in cui vengono coltivate in modo intensivo le monocolture di tendenza. Lo stesso scenario agricolo si osserva, ad esempio, in Perù con la quinoa, e in Indonesia per l’olio di palma, dove la domanda sempre crescente del mercato occidentale ha modificato le tradizioni agricole locali. Tutti questi Paesi hanno capito che il futuro potrebbe non essere così roseo: da un lato, un nuovo super-food potrebbe spodestare la loro monocoltura, dall’altro, se anche l’attuale tendenza non si rivelasse passeggera e questi prodotti dovessero rientrare a piano titolo nelle diete mondiali, la maggior parte della produzione intensiva potrebbe essere dirottata su mercati agricoli più all’avanguardia.

Uno dei primi passi per evitare degrado ambientale e deforestazione derivanti dalle nostre tendenze culinarie è di pianificare colture adeguate in termini ambientali, economici e sociali, e trasferire nuove tecniche per coltivare in modo ragionevole. José Graziano da Silva, Direttore Generale della FAO, nella prefazione di “Save and Grow”, che esamina l’interazione tra monocolture intensive ed ecosistemi naturali, sottolinea la necessità di innovazione nei sistemi alimentali. “Raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile richiede una transizione verso un’agricoltura più produttiva – inclusiva e sostenibile – che rafforzi i mezzi di sussistenza rurale e garantisca la sicurezza alimentare per tutti, riducendo al tempo stesso l’impatto dell’agricoltura sulle risorse naturali, e resiliente ai cambiamenti climatici.(…) In vaste aree del mondo in via di sviluppo, gli agricoltori ottengono solo una frazione dei potenziali rendimenti a causa dei vincoli dettati dalle risorse naturali e dalla mancanza di accesso alle tecnologie che migliorerebbero la produttività. A tutto ciò si aggiunge la pressione esercitata dai cambiamenti climatici tra cui l’aumento delle temperature e una maggiore incidenza di parassiti, malattie, siccità e inondazioni.

Bisogna pensare sempre di più in maniera integrata e diversificare la produzione agricola: puntare sulle monoculture in maniera esclusiva risulta dannoso per gli ecosistemi locali e globali. Questa riflessione non deve, tuttavia, portarci a boicottare a priori le importazioni di cibo che non può essere consumato a km zero, ma dovrebbe fare riflettere in modo consapevole sui cibi-feticcio, che anni fa erano rappresentati dagli hamburger delle grandi catene, e che ora, spesso, pur trattandosi di alimenti sani dalle mille proprietà nutrizionali, ci fanno dimenticare il concetto di sostenibilità ambientale.

 

Fonte: http://www.ilfattoalimentare.it/avocado-sostenibilita-messico.html

 

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